Lectio Magistralis Prof. ANTONIO VIOLANTE – Università di Milano

Buongiorno a tutti. La mia relazione verterà sul tema dell’Eridano, fiume mitico, che è stato, sia in età antica, ma anche ai giorni nostri, tendenzialmente identificato con il Po. Ecco qui un’immagine del Po che, secondo una tradizione che risale all’età antica, come i fiumi, viene antropormofizzato con a fianco un secchio colmo di acqua. Notate la scritta Padus. Ma quello che è ancora più interessante è vedere che a lato del personaggio in primo pian abbiamo la figura di Fetonte: il fulminato da Zeus precipita in acque, presumibilmente del Po, sbalzato dal suo cocchio dai cavalli imbizzarriti del Sole, e tre figure, le sorelle di Fetonte, le Eliadi, vengono trasformate in pioppi.

E’ un mito oscuro questo, con vari elementi che difficilmente si può riuscire a combinare insieme creando una logica possibile, tanto più che, come dimostra questo quadro, che comunque non risale all’età antica, questa identificazione del Po come il mitico fiume Eridano risulta, alla lettura delle fonti antiche, già formata nel IV secolo avanti Cristo, e poi consolidata sempre più nei secoli successivi. Diventa una nozione corrente, una cosa ovvia. Ma certo: Fetonte, folgorato da Zeus, precipita nel fiume Po. Tant’è che questa versione del mito si riscontra in poeti come: Apollonio Rodio, autore dell’Argonautica, su cui ritorneremo; Virgilio; Ovidio; Claudiano, quindi tutta l’antichità, dall’Età Ellenistica alla tarda antichità; i tografi, come Apollo d’Oro e Igino; un drammatico, Serbio; e anche a livello scientifico, uno storico, Polibio; Stabone, geografo; e poi anche Primio raccoglie questa tradizione. Dopodichè viene recepita acriticamente, con il passare dei tempi, arrivando fino ai giorni nostri.

Tuttavia presso gli autori antichi stessi questa identificazione non era così scontata. Per esempio nei tragediografi, Eschilo, nelle Eliadi questo fiume è identificato con il Rodano; in Euripide, che ha scritto una tragedia intitolata Fetonte, si trova in Etiopia (fantastica come localizzazione!), e altre sono ancora più fantastiche, che adesso, per brevità, preferisco non nominare.

Tuttavia……  registrazione interrotta……..

Perché ultima tra tutte? Perché vicino all’Eridano se la foce del Po è sulla sponda opposta dell’Adriatico. Questa isola vicino all’Eridano puòessere la riva opposta dell’Adriatico. Io vorrei provare a rispondere a questioni di questo tipo, e poi anche a riconsiderare lo scetticismo di Erodoto, cosiddetto scetticismo di Erodoto, attribuitogli dai commentatori moderni.

Il primo autore in ordine cronologico più antico, più arcaico, ad avere parlato del fiume Eridano, e viene menzionato due volte nella sua opera, è Esiodo. Infatti questo idronimo Eridano compare sia nella Teogonia, sia anche in un frammento de “Il catalogo delle donne”. Nella Teogonia fa parte dell’elenco dei fiumi generati da Okeanos e Teti. “Teti generò l’Oceano fiumi vorticosi, Nilo, Alteo ed Eridano dai bordi profondi”.

Dopodichè nel Catalogo delle Donne si parla dei figli di Boera, la stirpe molto probabilmente venuta dal nord, assalivano le Arpie tutte intorno, incalzando con impeto, giungendo fino al popolo degli  iperborei, barbari destrieri, “che assai numerosi generò la terra feconda che molti nutre, lontano, presso il corso impetuoso dell’Eridano, dalla profonda corrente”.  Poi il frammento si interrompe, e poco dopo compare la parola “ambra”. Ecco il collegamento fiume Eridano con ambra.

Ecco l’ambra, una resina fossile, che non discende dai pioppi, ma che si trova ancora ai giorni nostri presso le rive del Mar Baltico, spesso con inclusioni che la rendono ancora più preziosa, serve alle gioiellerie, come si può vedere anche da oggetti antichi come questo, su cui poi torneremo.

Gli iperborei – questa cosa è nota – erano un popolo mitico abitanti l’estremo nord della terra; un nord costituito da luoghi ignoti ai greci, e su cui si favoleggiava più che altro. Quindi Esiodo in questo caso avrebbe reso la prima testimonianza letteraria sulla provenienza settentrionale dell’ambra, e sull’esistenza del fiume Eridano, in un non precisato nord estremo. Questi sono dati generici, frammentati, poi tra l’altro non è letteratura scientifica, Esiodo era un poeta, tuttavia sono significativi per non dare proprio per scontata scontata la localizzazione del fiume Eridano con il Po, anzi, qui emerge che uno scrittore arcaico come Esiodo fosse a conoscenza di dati geografici in età così alta, credo impensabili ad una lettura superficiale delle fonti. E questo tra l’altro si ricollega ad una mia idea di fondo che per decenni ha continuato a ronzarmi in testa, secondo la quale non è affatto vero che il sapere (ma io parlo soprattutto di sapere geografico, non mi permetto di occuparmi di altri temi) sia stato qualcosa di lineare che, una volta acquisito, resta un fondamento perpetuo, un tema …….. giusto per citare Tucidide, almeno per quanto riguarda la consapevolezza, ma sia qualcosa che si può anche perdere, tant’è che un fiume che poteva essere conosciuto, sia pure in modo vago, quando si perdono i punti di riferimento non viene trasportato chissà dove ancora più lontano nello spazio (spazio terrestre naturalmente), ma accostato a luoghi fiducini più noti: si veda per esempio proprio il Po, che è un po’ il processo contrario a quello che si è avuto in età antica per le località come Thule, la mitica Thule, nord estremo, che man mano che certe conoscenze aumentavano veniva sempre spostato più a nord, finchè oggi un toponimo che si chiama Thule si trova nella Groenlandia del Nord, quindi ultima baia scientifica, ma che allora poteva essere identificabile o sulle coste della Norvegia, o l’Islanda, oppure un’ipotesi più riduttiva le Isole Schetlant, per esempio. Qui, invece, è il contrario: qui si avvicina invece il toponimo generico, l’idronimo misterioso.

Dicevo un’altra testimonianza: lasciare intravedere un’ubicazione in terre nordiche dell’Eridano viene da Erodoto. Questa è la sua opera. Questo è uno stato di Erodoto che si trova presso l’entrata del Parlamento di Vienna, il quale manifesta scetticismo sul fatto che i barbari chiamino Eridano un fiume con foce in un mare settentrionale. Ma non è incredulo sull’esistenza in sè e per sè di detto fiume. Dice poi anche che ritiene il fiume Eridano un nome greco – dice Erodoto – forse inventato da qualche poeta. Allude ad Esiodo, ed è molto probabile che alluda proprio ad Esiodo, però non lo nomina.

Dice anche Erodoto, concludendo il suo capitolo, che un dato certo è che dal nord arrivano spagno e ambra. Erodoto scrive, come sappiamo bene, nel V secolo avanti Cristo, nel Calipericle, per intenderci.

Alla luce di questo passo, che io un po’ ho riassunto, pare improprio secondo me parlare di scetticismo di Erodoto a proposito dell’esistenza del fiume. Dal testo si avverte (il passo è terzo libro, paragrafo 115) un distacco critico, motivato dall’esperienza diretta dello scrittore, e non il completo scetticismo di chi ritiene che la foce dell’Eridano in un mare settentrionale sia solo una favola poetica. Dice “io non ho visto l’Eridano”, ma non dice “io vi nego l’esistenza”. Non ha detto questo Erodoto.

Poi ci sono differenti opinioni che già nell’800 comunque avevano localizzato questo Eridano erodoteo in un fiume dell’Europa Centrale, in particolare la Vistola. La Vistola sfocia nel Baltico, e la Vistola è uno dei fiumi attraverso i quali si veicolava l’ambra, che arrivava fino ai mercati adriatici. Tuttavia la maggior parte dei commentatori hanno affermato proprio il contrario, cioè hanno detto che l’Eridano sarebbe stato identificato con il Po dagli autori più antichi, e poi allontanato a settentrione nel V secolo, un po’ come Thula, cioè esattamente il contrario: gli antichi prima l’avevano messo nel Po, correttamente; dopodichè davano un’indicazione sbagliata, allontanandolo sempre di più dal Mediterraneo.

A causa di che cosa? A causa del progredire delle conoscenze geografiche. Invece noi atesi è tutto il contrario: è proprio un tentativo di dimostrare che le conoscenze geografiche si inaridiscono, si disseccano alla fine, almeno secondo me, sempre alla lettura corretta delle fonti.

Tra l’altro Erodoto sembra scettico solo sul fatto che il fiume Eridano sia chiamato così dai barbari, perché il nome è greco, inventato, diceva, da qualche poeta, l’abbiamo visto prima. Ma non è scettico sul fatto che possa esistere un fiume settentrionale da cui proviene l’ambra. Poi che sia chiama Eridano dai greci, e non dai barbari, è una questione che è secondaria. Di fatto questo fiume, secondo Erodoto, esiste.

Si potrebbe anche accettare l’interpretazione che attribuisca ad Erodoto lo scetticismo nei confronti di un Eridano che scorre verso nord, se non ci fosse il seguito del passo, che precisa che l’obiettivo della polemica dell’autore, cioè di Erodoto, è un altro: i dubbi manifestati non riguardano l’esistenza del fiume, ma solo la barbaricità del nome. Lui nega che sia barbaro il nome, invece è greco. Ma l’esistenza dell’Eridano in Erodoto, seppure desunta da riferimenti altrui, e non senza una verifica autoptica di persona (spesso Erodoto nella sua opera lo fa: lui dice quando vede certe cose), e viene presentata come un dato oggettivo.

Tuttavia sono opportuni alcuni chiarimenti successivi. Erodoto come fa a permettere l’esistenza di un fiume settentrionale, e poi intanto mostrare incredulità nei confronti del mare in cui esso sfocerebbe? E’ una contraddizione solo apparente questa.

Erodoto non aveva bisogno di giustificare l’esistenza di un mare settentrionale, infatti sino ai ………. era ancora attendibile la tesi della tradizione omerica del fiume Okeanos che circonda tutta la terra. Secondo la tradizione omerica Okeanos non è l’Oceano Atlantico, come si poteva immaginare, ma un fiume. L’Oceano circonda tutta la terra, ed è un fiume. E questa idea persiste fino al VI secolo, con il mondo delineato da Ecateo, a cui Erodoto sembrerebbe per certi aspetti fare riferimento, e per altri aspetti poi invece entra in polemica. Ad ogni modo questo è il mondo del greco, il VI secolo, di Ecateo, ed abbiamo un Oceano; se notate all’estremo nord, a nord del Monte Lipei, un fiume Eridano si riesce ad individuarlo, presso il popolo dei Iperborei. Altro elemento interessante in questo caso.

Erodoto ritiene ancora attendibile la tesi, che viene da Omero, di un fiume Okeanos che circonda tutta la terra. Omero in Età Classica, ma poi anche in Età Ellenistico-romana, viene considerato anche un’autorità, non solo un poeta, ma un’autorità in campo geografico. Non dimentichiamo l’intera opera di Strabone, per esempio, che è la più grande opera di geografia di età antica arrivata fino a noi,  e considera Omero un maestro in fatto di geografia.

Sulla base di questa teoria, diventava problematico per Erodoto credere all’esistenza di un mare settentrionale che riceva la foce dell’Eridano. E’ meglio un fiume, un fiume molto più grande dell’Eridano, cioè Okeanos, che circonda tutta la terra.

Quindi ipotizzare l’esistenza di una palas a Nord dell’Europa è inutile. Nella stessa Iliade Okeanos viene definito un fiume che, si dice, “sta ai confini della terra fertile”, questo è il XIV dell’Iliade; “rifluisce su se stesso”, XVIII dell’Iliade, vale a dire compie un moto circolare attorno alle terre emerse.

Nella Odissea stessa – cambiamo poema, ma il discorso si conferma sempre – le istruzioni della Maga Circe prescrivono che la nave di Odisseo “approdi al di là di Okeanos, sulla spiaggia con alti pioppi e salici, che perdono frutti ancora immaturi”. Allora questi alberi che perdono i frutti ancora immaturi, cosa vuol dire? Vuol dire che crescono in un ambiente non sufficientemente riscaldato, non sufficientemente soleggiato, e cosa può venire in mente? Un nord estremo.

I pioppi, che tra l’altro sul Po ci sono, crescono rigogliosi, non sono i pioppi che si descrivono attraverso le parole della Maga Circe. E poi questo fiume è un fiume che non è attraversabile, se non con una solida nave, “vissuto in mezzo a grandi fiumi e terribili correnti”, e ce lo immaginiamo il Po in questo modo.

Quindi questo fiume omerico, che circonda la terra abitata, sembra bagnare proprio le terre nordiche, tanto riconoscibili dal popolo dei Cimieri che abita nei pressi di Okeanos, sia dalle nebbie, dalla notte continua, dai salici i cui frutti non riescono a giungere a maturazione, dai pioppi neri. Eccone qui uno, ma è bello e rigoglioso.

Quindi la presenza di queste specie sulle rive al di là di Okeanos è particolarmente significativa se si considera la connessione che è sempre mitica tra questo vegetale e l’ambra.

Ecco i pioppi, le sorelle di Fetonte, che, trasformate in pioppi, piangeranno la morte del fratello, le cui lacrime, secondo il mito che ci racconta magnificamente Ovidio nelle Metamorfosi, si trasformano in ambra. E comunque pioppo e salice sono piante fluviali per eccellenza. Quindi identificare Okeanos con il Baltico il passo è breve.

Quindi lo scetticismo di Erodoto sul mare settentrionale a nord dell’Eridano si spiega dunque alla luce di Okeanos omerico, fiume gigantesco, che circonda tutta la terra abitata, e per questo motivo Okeanos, la cui presenza è indubitabile secondo la tradizione di pensiero che da Omero giunge fino ad Ecateo, precluderebbe la possibile esistenza di un mare settentrionale di cui Erodoto ha sentito, sì, parlare, ma che lo storico non può collocare a nord della Scizia, mancando le testimonianze dirette in merito. Quindi non può che mostrarsi incredulo di fronte ad una palas, che è il mare, tanto a nord, è in grado di confutare la geografia omerica e ionica (Ecateo era uno della scuola ionica), ammettendo così, come il caso in esame, il mare settentrionale al posto di Okeanos, solo quando in possesso di prove sicure a dimostrare con i fatti le sue opinioni contrastanti con la precedente tradizione, così, ad esempio, di fretta Okeanos che circonda completamente la terra, Erodoto mostra, se non proprio incredulità, una adesione non completa, perché sapete che Erodoto nel quarto libro riporta l’avvenuta circumnavigazione dell’Africa da parte di navigatori fenici, e questo contraddirebbe un Okeanos che circonda tutta la terra, ma non nel segmento invece del nord, del Baltico, tant’è vero – questa è un’idea mia personale – che dagli uomini della classicità mediterranea il Baltico, che ha un tasso di salinità ridottissimo, poteva essere confuso con un fiume.

Sapete che mentre la salinità del Mediterraneo è un 30 per mille, l’Adriatico addirittura ha 40 per mille, il Baltico viaggia intorno al 5 o 6 per mille, con acque che se proprio dolci non sono, poco ci manca. E quindi per Erodoto poteva valere benissimo l’idea di un Eridano tributario di Okeanos, cioè dell’Oceano, che è un fiume gigantesco.

Poi c’è un’altra questione a proposito del passo erodoteo. Questo Eridano da Erodoto viene menzionato a proposito di luoghi estremi del mondo, ma si parla in un passo erodoteo di un’Europa Occidentale, “……….”, e questa incongruenza perde ragione di esistere. Perché in Europa Occidentale? Bisogna considerare la geografia erodotea. Eccola qui.

Noi siamo abituati ad immaginare per gli antichi una divisione del mondo, tripartizione in continenti, un’Europa a nord-ovest, un’Africa (o Libia che si voglia chiamare) a sud-ovest, e un’Asia che si prende ben due quadranti su quattro, il nord-est ed il nord-ovest, con le dimensioni doppie rispetto all’Europa e all’Africa; quindi l’Asia sarebbe grande quanto l’Europa e l’Africa messe insieme. Però così non è.

Per Erodoto l’Europa ha un’eccezione molto diversa, se vogliamo anche moderna, perchè non finisce ad oriente presso il fiume Tanais, che è il Don attuale, che è un fiume della Russia che sfocia nel Mare d’Azov, l’antica palude Meotide, ma è indefinitamente esteso verso est, vale a dire comprenderebbe interi spazi della Siberia. Dice Erodoto “ad est degli Sciti vivono i Sarmati, e così via indefinitamente, ma sempre in territorio europeo”. Quella di Erodoto è un’Europa che arriva fino alla Siberia, non conosceva l’esistenza dell’Oceano Pacifico, ma che si può estendere fino a lì. E se vogliamo non è neanche tanto sbagliato, anche alla luce della situazione politica odierna, in cui la Siberia fa parte politicamente della Russia, che è uno Stato Europeo a tutti gli effetti.

Riprendiamo un altro autore che dà informazioni sull’Eridano, sul mito di Fetonte, e quindi, di conseguenza, anche sull’ambra, che adesso ci terrei a riprendere.

Questa è la figura di Okeanos. Questo è Fetonte in un quadro di Guido Reni del tardo 500.

Pausania, nella sua opera famosa, la descrizione dei luoghi interessanti della Grecia, nel primo libro dedicato all’Attica cita tre volte l’Eridano, ed in nessuno dei tre passi questo fiume è il Po, e neppure il Rodano. Perché? Perché nel terzo secolo avanti Cristo, che non è l’età di Pausania, Pausania è del secondo secolo dopo Cristo, ma facendo riferimento alle invasioni celtiche della Grecia in Età Ellenistica siamo nel terzo secolo avanti Cristo, e allora il Po ed il Rodano scorrevano in terre semi sconosciute, circonfuse da leggenda, così come si sostiene a proposito dell’Eridano. Nel terzo secolo, invece, non erano terre semi sconosciute, circonfuse da leggenda, le Valli del Po, e nemmeno quella del Rodano, ma erano fiumi ben conosciuti: il Po aveva insediamenti greci presso la foce, pensiamo alla città di Spina nel terzo secolo avanti Cristo; il Rodano aveva Massilia, cioè Marsiglia, che è una colonia greca. Altro che terre del nord sconosciuto!

Tant’è che in Pausania l’autore sembra riferirsi, parlando di Eridano e di ambra, ad un fiume proprio del Nord Europa, che non è navigabile verso i luoghi estremi, ma soggetto a sensibili maree, almeno così dice Pausania, “era un po’ che flusso ondoso che si infrange a riva, con animali non paragonabili a quelli di altri mari”, presso il quale abitano i Galati, chiamati anche Galli, che erano celti, e presumibilmente il Mare del Nord, o il Baltico senz’altro.

Qui abbiamo le immagini: questo è il mito di Fetonte rielaborato dai grandi pittori del 600, e tra l’altro sono quadri splendidi. Questo, invece, è un bozzetto di Michelangelo, che rappresenta in alto Zeus nell’atto di scagliare il fulmine; Fetonte sbalzato dal cocchio, con i cavalli ormai completamente fuori controllo; le sorelle che si tramutato in pioppi; e apparentemente distaccato, e quasi estraneo a tutta la scena, il fiume Eridano, o Po che dire si voglia. E qui abbiamo la trasformazione delle sorelle di Fetonte in pioppi.

Torniamo a Pausania. Non è possibile che il vasto mare, come hanno detto i commentatori, sia il Po, altrimenti non sarebbe navigabile fino agli estremi confini, e avrebbe una fauna diversa da quella degli altri mari. E quindi questo fiume di Pausania è localizzato in area baltica, ma Pausania scrive nel secondo secolo dopo Cristo; tra l’altro quando poi si parla di povere proprio, abbiamo descrizioni che sono invece verosimili rispetto alla valla. Valle Padana. Tuttavia la caduta di Fetonte viene ricordata generalmente come avvenuta nel Po, anche in tempi in cui i luoghi di produzione dell’ambra non potevano certo essere più circondati da un fitto alone di mistero.

Qui abbiamo Diadoro Siculo, che non è un grande autore, ma molto utile per informazioni di tipo storico: esiste un’isola scitica produttrice di ambra, il cui prematuro mito viene catapultato sul Po. Allora il fatto è spiegabile con il bisogno da parte dei greci di ricondurre il mito, testimonianza di un commercio antichissimo entro luoghi raggiunti dalla penetrazione economica e culturale ellenica, quali arrivare a padano-adriatica, e la vicenda di Fetonte viene riportata in un ambiente più familiare: da un estremo nord, che non si conosceva più tanto bene, ad invece qualcosa di più solido, così come la Valle Padana, tanto che secondo alcune ipotesi contemporanee è possibile che l’identificazione dell’Eridano con il Po sia avvenuta nel V secolo avanti Cristo, quando la città di Spina era diventata il principale porto per il commercio dell’ambra nell’ambito dei traffici greci. Andiamo a vedere la città di Spina alla foce del Po di allora, non di quello odierno, perché …….. con i detriti. Ecco Spina, questa è una ricostruzione. Questa è la localizzazione di Spina antica, con la linea nera verticale che corrisponde al libro “Spina antica”, e siamo nei secoli avanti Cristo. Questa è ancora una ricostruzione di Spina.

Quindi risulta che il trasferimento del mito di Fetonte sul Po, con la relativa identificazione di questo fiume con il favoloso Eridano, sia stata un’operazione indispensabile per dare prestigio ad un centro economico come Spina, vitalizzato dall’espansione commerciale ellenica, che dal VI secolo si è orientata lungo l’asse adriatico ed il bacino del Po.

Abbiamo visto in Pausania che nel Libano celtico non può essere il Po. Figuriamoci se nel secondo secolo dopo Cristo si può parlare di una scontata accettazione del mito di Fetonte in area padana. Io credo che non sia possibile questa cosa qui.

Tra l’altro abbiamo anche Ovidio che parla del mito di Fetonte ne “Le metamorfosi”, e lui identifica, sì, l’Eridano con il Po, ma perché c’era una tradizione più diffusa, e ha parlato di un fiume Eridano, che però delle caratteristiche del Po ha ben poco. Lui dice “……………….”, quindi abbiamo, secondo Ovidio, un Eridano lontano, in terra straniera, nella parte opposta del mondo. L’Italia era al centro dell’impero, l’impero di Auguro, e Ovidio è un poeta di età augustea, quindi come fa ad essere dalla parte opposta del mondo?

Quindi è mio parere che il racconto di Ovidio rifletta, sia pure molto vagamente, e ricordi una primitiva e completamente differente localizzazione del mito di Fetonte, e di conseguenza anche dell’origine del Lambro e dell’Eridano.

Si tenga presente che Ovidio nomina il Padus, che è il Po, senza dubbio, nella sua stessa opera, “……………..”. Quindi lo stesso fiume prende il nome Eridano a proposito del mito di Fetonte, e poi il nome di Po in qualità di fiume dell’Esperia, cioè l’Italia, e tra l’altro in due passi che sono quasi contigui. C’è qualcosa che non quadra in tutto questo.

Adesso brevemente io concluderei, come ho promesso, con il passo di Apollonio Rodio. Sapete che l’opera, le Argonautiche, di Apollonio Rodio sono un grande affresco geografico che riflette le conoscenze della geografia nel mondo antico; e qui il problema in Apollonio Rodio non è più circoscrivibile al solo Adriatico. Qui parla, Apollonio Rodio, dell’isola Elettride adriatica definita rocciosa, “……………..”, dice in Argonautiche. Ma ci si può domandare: come può essere rocciosa un’isola costruita dal delta alluvionale del Po?

Apollonio intreccia varie tradizioni mitiche ad una tradizione geografica erudita, secondo cui l’isola Elettride si trova nel golfo del Quarnaro, e poi una poetica delle Elettridi vicino al fiume Eridano. Nell’opera di Apollonio trapela anche qualche elemento di tradizione anche più arcaica, e si può far risalire a quello che hanno già detto – abbiamo visto prima – Erodoto ed Esiodo.

Qui abbiamo i frammenti che ho menzionato prima de “Il catalogo delle donne” di Esiodo, e poi il capitolo 115 del terzo libro di Erodoto, e si parla di “gocce d’ambra catturate dalle acque dell’Eridano, i cui vortici, secondo i celti, sarebbero dovuti a lacrime di Apollo giunto presso il popolo degli Iperborei”, e anche in Esiodo ed i Erodoto compaiono, non certo per caso secondo me, perché io non credo alle coincidenze, in casi come questo almeno, con il fiume Eridano e l’ambra che vengono accostati geograficamente, e nella tradizione antica i Iperborei erano il popolo mitico di tante le regioni sconosciute dell’estremo nord.

Quindi cosa vuol dire? Vuol dire che persino nell’opera di Apollonio Rodio, nel terzo secolo avanti Cristo, in cui si vede una tradizione ormai in via di consolidamento, di identificazione dell’Eridano con il Po, ma si avverte lo stesso rifletto di antiche localizzazioni dell’Eridano in un Settentrione più estremo.

Adesso avrei avuto l’intenzione anche di parlarvi di tutta la documentazione pliniana a confronto, ma, visto che il tempo stringe, volevo solo mostrare i fiumi rotei, per i quali soprattutto i fiumi che sfociano nel Mar Baltico erano vie eccellenti per il trasporto di questo prodotto, questa resina fossile che era tanto importante per la gioielleria, soprattutto. Ecco qui altre vie, tutte legate al commercio dell’ambra.

L’ambra è un prodotto di cui, dopo un grande periodo di splendore, era diventato di moda nel VI secolo, si eclissò nel V. Noi non sappiamo perché. Forse perché passa di moda, perché una maggiore ricchezza riteneva questo tipo di gioiello eccessivamente barbarico; forse perché le invasioni celtiche nel cuore dell’Europa avevano interrotto questo tipo di traffico. Fatto sta che la conoscenza di queste antiche vie si perde e, perdendosi, si perde anche l’idea della localizzazione del fiume Eridano, che era quello presso le cui rive si ritrovava l’ambra, dato dalle sorelle di Fetonte trasformate in pioppi, che stillano ambra, anche se non è vero, perchè non stillano ambra i pioppi, fatto sta è quello che miticamente si credeva.

Questo commercio torna in auge in età romana, infatti abbiamo dei bellissimi passi di Plinio in cui l’enciclopedista romano si scaglia periodicamente contro l’abitudine delle donne romane, il loro amore per il lusso, che fa perdere tanto denaro all’impero, per soltanto un vezzo muliebre si potrebbe dire.

In questo caso abbiamo gioielli di questa ambra baltica, per esempio.

Però quando torna in auge in età romana ormai le antiche vie preistoriche e protostoriche del commercio dell’ambra sono ormai sparite, tant’è vero che in un autore relativamente tardo come Plinio compare per la prima volta il nome……….. come viene chiamata dall’enciclopedista romano, quando però ormai non si è più in grado di identificarla con il mitico Eridano. Grazie.

 

Lectio Magistralis Prof. MARC AUGÉ – Festival della Geografia Bardolino 2016

Lectio Magistralis Prof. MARC AUGÉ

 

(impossibile registrare audio interprete inizio intervento)

……. perché stiamo prendendo coscienza, certamente in modo approssimativo, del carattere relativamente ristretto del sistema solare. Infatti ci sono miliardi di sistemi solari nella nostro galassia e miliardi di galassie nell’universo.

In questo modo, più le nostre conoscenze aumentano, più l’immaginazione acquisisce una velocità ed è battuta in qualche modo in velocità dalla realtà.

Le antiche cosmologie avevano tentato di inserire nello spazio celeste più visibile le figure emblematiche della società divina: Marte, Giove, Nettuno. Dare un nome alle cose sulla terra in qualche modo significa appropriarsene. E’ un modo di colonizzare lo spazio attraverso l’immaginazione proiettandovi le grandi figure della mitologia umana. La via lattea stessa, la galassia di cui facciamo parte, è stata presa dalla terra come uno schizzo di latte dal seno di Era che allattava Eracle.

Questo tipo di appropriazione simbolica è legata a una concezione molto antropocentrica dell’universo e anche a culture che rivendicano più o meno esplicitamente il monopolio dell’umanità. Il luogo assoluto, centro dell’universo e del pianeta, è quello che risulta dalle cosmogonie che si ritrovano nelle rappresentazioni greche, egiziane, africane, amerindie o altre. Si tratta del luogo antropologico che definisce i legami sociali del gruppo attraverso regole di residenza e di filiazione molto rigide. Possiamo quindi immaginare gli sconvolgimenti che hanno continuato a causare questi cambiamenti di scala e che stiamo vivendo attualmente, che ci fanno vivere un’inversione completa di prospettiva. L’ideologia del luogo, diffusore di senso e di relazione, viene scalciata da questa scentratura che ci impone la verità della macrofisica.

Ad essere sincero, non sono sicuro che la distinzione che avevo proposto in passato da tra luogo e non-luogo sia realmente pertinente per analizzare il nuovo status quo: il non-luogo opposto tra luogo e non-luogo è in qualche modo il deserto rispetto al troppo pieno, era l’assenza di relazioni sociali simboleggiate e prescritte, leggibili in uno spazio dato. Inizialmente si trattava di una distinzione classicamente etnologica tra gli spazi su cui si possono leggere le linee dell’organizzazione sociale di un gruppo umano, a partire chiaramente dalle regole di residenza più o meno esplicite, per misurare il grado di coesione a partire da simboli collettivi, come ad esempio quelli religiosi, e gli spazi su cui tale lettura non è possibile. Il luogo si definiva in quest’ottica come l’espressione geografica e leggibile del legame sociale anche nella dimensione storica. Di contro il non-luogo si identificava con gli spazi di circolazione, di consumo, di comunicazione, che sono delle peculiarità della nostra surmodernità o supermordernismo; modernità di oggi intesa come un’accelerazione dei processi per far apparire la modernità del ventunesimo secolo, quindi individualizzazione dei punti di riferimento, una sovrabbondanza situazionale e spaziale. Ad esempio gli aeroporti, i supermercati, le immagini diffuse dalla televisione, da internet: erano in prima analisi definibili come non-luoghi.

Senza tornare sulle discussioni che possono essere sollevate da questa discussione, non vi è non-luogo o luogo in senso assoluto del termine, quale differenza esiste tra una relazione sociale simbolizzata alla comunicazione, quale si viene a creare tra ciò che oggi chiamiamo i social network, e vorrei qui insistere ancora una volta sul cambiamento di scala che sta caratterizzando tutte le attività umane, e che permette di definire il non-luogo piuttosto come un contesto, quindi è sulla caratteristica contestuale del non-luogo che vorrei insistere. Oggi siamo in grado di immaginare e di concepire ciò che potrebbe essere una società umana planetaria, un società di terrestri. Forse stiamo vivendo non tanto ciò che Fukuyama aveva chiamato la fine della storia, quanto piuttosto la fine della preistoria della società umana quale società planetaria. Vorrei prendere per l’appunto come simbolo di questo cambiamento di scala i progetti di turismo spaziale di cui vi parlavo all’inizio del mio intervento, che propongono una vista incomparabile sul mare, sulla montagna e sul pianeta Terra stesso. Turisti che sono abbastanza facoltosi da poterselo permettere hanno già prenotato il proprio posto per contemplare il pianeta Terra da centinaia di chilometri di altezza. Ci sono diversi progetti in questo senso; alcuni insuccessi sembrano ritardare l’avvento del turismo spaziale ma prima o poi vedrà la luce. E nello sguardo di questi turisti la terra come apparirà? Come un luogo o come un non-luogo?

Questi privilegiati potranno forse considerarsi come veri terrestri, ma per l’uomo comune, per il comune dei mortali, faranno parte di un nuovo contesto e dell’oligarchia degli abbienti, per i quali il pianeta è un non-luogo che percorrono in tutti i sensi, dove hanno relazioni con altri o in cui i punti di riferimento familiari diventano qualcosa di diverso. In altri termini, agli occhi della maggioranza questi turisti saranno un contesto.

Possiamo considerare la grande città attuale come una città-mondo, come una città-mondo in cui possiamo leggere differenze, ineguaglianze sociali. Oggi una grande città è composta da quartiere in cui si possono distinguere i ricchi dai più poveri, un luogo in questo senso, perché c’è una lettura possibile della società proprio attraverso lo spazio. Ma questa città-mondo ha per contesto il mondo-città, ovvero il mondo concepito come una specie di grande città. E’ il mondo della circolazione, delle tecnologie, del consumo, che vediamo quotidianamente sui nostri schermi e che appare come il mondo di tutti e che non è in sostanza il mondo di nessuno, un non-mondo in questo senso, senza un misura comune con la nostra esperienza diretta del quotidiano.

Quindi le immagini che vediamo sul nostro pianeta fanno parte di questo insieme. Ciò che suscita la curiosità oggi nelle immagini che ci vengono proposte dagli astronauti è il vocabolario familiare che si applica ai paesaggi che vengono intravisti di questi pianeti della nostra galassia: montagne, valli, faglie, oceani, ghiacciai. Allora possiamo chiederci che cosa significano questi termini, possiamo farci delle domande sull’acqua su Marte e per quanto siano lontani, per quante incertezze continuiamo ad avere su questi pianeti, sono oggetto della nostra aspettativa, l’immagine di un futuro lontano ma possibile. Ci proiettano in spazi che non sono ancora né luoghi, né non-luoghi. Più esattamente sono dei luoghi possibili che non sono ancora dei non-luoghi, ma che fanno riaffiorare l’idea di una nuova frontiera che è sempre attrattiva e affascinante. Nulla ci è più familiare degli spazi che vengono mostrati in televisione, parti di Marte che vengono esplorate, parti della Luna che vengono esplorate dall’uomo o delle parti di Marte che vengono esplorate dai robot. Tutto quindi ci porta a credere che il giorno in cui entreremo in contatto prolungato con un pianeta, che sia abituato o no, ci sorprenderà innanzitutto grazie alla sua aria “déjà vu”.

Immagini della prima e seconda giornata

Torna il Festival. Corriere di Verona, 24 settembre

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Da Marte a Siracusa, geografia senza confini. L’arena 24.09.2015

Festival_geografia

Comunicato stampa edizione 2015

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Programma Festival 2015

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Volantino interno<

Il Festival della Geografia 2014 in breve

Comunicati Stampa Edizione 2014

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L’Arena “L’ agricoltura BIO chiude il Festival della Geografia

Articolo preso dal quotidiano L’Arena
 

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